I falsi Romanov


Anastasja, sulla destra, insieme alla sorella Marja. Foto del 1914

La morte della famiglia imperiale russa avvenne nel 1918 nelle profondità degli Urali; per molto tempo le modalità della loro esecuzione restarono nascoste. Il Partito Comunista non aveva alcun desiderio di diffondere i dettagli riguardanti un eccidio a suo carico.

Il velo di mistero divenne terreno fertile per diversi uomini e donne che sostennero a gran voce di essere questo o quella granduchessa scampati al massacro. Episodi del genere non sono nuovi nella storia: in piena Inghilterra del tardo ‘400 ben due giovani cercarono di farsi passare per i perduti Principi nella Torre (i figli maschi di Edoardo IV). Ogni volta che scompare qualcuno di importante in circostante fumose è assai probabile che spunterà un’altra persona pronta a pretenderne nome e titolo.

La lista di coloro che hanno affermato di essere un Romanov è molto lunga; la figura certamente più nota è quella di Anna Anderson. Nel 1920 Anna Anderson fu internata in un ospedale psichiatrico a Berlino dopo aver tentato il suicidio. Fu registrata come “Signorina Sconosciuta” perché non in grado di fornire le proprie generalità; di fatto sembrava non ricordare nulla del proprio passato.

Dopo circa un anno dal ricovero, una paziente dello stesso ospedale, vicina alla famiglia imperiale russa, dichiarò di aver riconosciuto in Anna la granduchessa Tat’jana. A tale proposito vennero interpellati alcuni dei nobili scappati dalla Rivoluzione d’Ottobre che avevano familiarità con la granduchessa. Alcuni sostennero la tesi della paziente, altri no.

Il parere su cui si fece più affidamento fu quello dell’ex dama di compagnia della defunta zarina Aleksandra, la baronessa Sophie Buxdoeveden. La dama di compagnia affermò che Anna fosse troppo bassa per essere Tat’jana. Non di meno, circa un anno dopo, una piccola cerchia di nobili in esilio in Germania iniziò ad affermare che Anna fosse la Granduchessa Anastasja.

La baronessa Buxdoeveden di nuovo dichiarò che non ravvisava alcuna somiglianza, ma nessuno diede importanza alle sue parole.

Nel 1922 un ex funzionario della corte zarista prese Anna a vivere con lui in una piccola proprietà nel Brandeburgo e le diede il nome di Anastasja Tschaikovskj, anche se lei scelse sempre di farsi chiamare solo “Anna”. Nei successivi cinque anni, diversi membri della famiglia Romanov fecero visita alla giovane, fra cui anche la sorella di Aleksandra, Irene, e una delle sorelle di Nicola, Ol’ga. Nessuno dei visitatori potè mai affermare in coscienza che la ragazza fosse la nipote perduta, ma nemmeno che non lo fosse.

Quello che deponeva a suo favore era il tedesco stentato, parlato con un forte accento russo, unito alla perdita di memoria e a un’afasia abbastanza importante; tutti questi sintomi vennero ricondotti a un trauma compatibile con l’aver assistito al massacro della propria famiglia.

Nel 1925 Anna passò sotto la tutela del Principe Valdemar di Danimarca che provvide a lei dal punto di vista finanziario, ma due anni dopo la famiglia di di lui gli impose di smettere di mantenerla; anche i Romanov più vicini a lei per presunta parentela si allontanarono convinti che Anna non fosse Anastasja. A quel punto intervenne il duca Giorgo Luchenberg, imparentato alla lontana con la defunta zarina, che si offrì di badare ad Anna nel suo castello in Baviera.

Nello stesso periodo il Granduca d’Assia Ernest, che di Anastasja era lo zio per parte di madre, assunse un investigatore privato, deciso a scoprire la verità una volta per tutte. Dalle indagini emerse che Anna era, con ogni probabilità, Franziska Schanzkowska, una giovane operaia polacca che aveva perso il fidanzato in guerra e che era stata vittima di un trauma dopo che una granata le era esplosa vicino procurandole ferite al capo. Venne rintracciata la sua famiglia, che ammise la sua scomparsa, e uno dei fratelli andò in Baviera per effettuare un riconoscimento: egli disse che poteva essere Franziska, ma non ne era certo, solo molti anni dopo ammise d’aver mentito perché la sorella potesse continuare ad avere un’esistenza migliore di quella che avrebbe avuto con lui.

Nel 1928 fece la sua comparsa Xenia Leeds, una lontana cugina dello zar Nicola, che si offrì di ospitare Anna in America. Quando ella arrivò, Xenia iniziò una battaglia legale perché fossero riconosciute ad Anna tutte le proprietà rimaste senza eredi e appartenenti ai Romanov. Ne seguì una sequela di querele e controquerele fra Xenia e i più stretti congiunti dello zar; la Leeds era probabilmente attratta dai racconti di Anna che sosteneva che Nicola avesse depositato in Inghilterra una piccola fortuna che, comunque, non venne mai trovata. A quel punto, i parenti di Nicola sopravvissuti alla Rivoluzione fecero fronte compatto: dichiararono che Anna non era Anastasja e accusarono Xenia di essere una cacciatrice d’oro.

L’arrivo di Anna a New York non passò sotto silenzio, l’idea che una Granduchessa fosse riuscita a scampare alla morte per poi finire senza memoria in un ospedale tedesco era considerata romantica e Anna fu per molto tempo al centro dell’attenzione. Le sue condizioni mentali però non erano in grado di reggere a tanta pressione e Xenia, per proteggerla, la mise in un’anonima pensione sotto il nome di Anna Anderson, lì rimase qualche tempo prima di essere sistemata presso un affittacamere.

L’anno passato sotto i riflettori della buona società newyorkese presentò il conto e il suo stato psichico peggiorò: uccise il parocchetto che era le era stato donato, e che amava molto, in uno scatto d’ira e fu trovata a vagare nuda per i tetti intorno alla sua abitazione in diverse occasioni. Il suo comportamento la portò all’attenzione della legge e un giudice ordinò un anno di ricovero presso un ospedale psichiatrico di New York. Una volta uscita, Anna tornò in Germania accompagnata da un’infermiera e dalla sua padrona di casa. Non è chiaro perché quest’ultima abbia deciso di sobbarcarsi il costo della traversata, se fu pagata da uno dei sostenitori europei di Anna o se agì, semplicemente, per bontà di cuore.

In Germania Anna ritrovò ben presto l’appoggio di chi la credeva Anastasja e passò gli anni dal 1931 al 1946 passando dalla casa di un benefattore all’altra. Molti di coloro che si interessarono a lei, c’è da dirlo, erano mossi dal desiderio di mettere le mani sulla presunta eredità nascosta dei Romanov.

In un’altalena di riconoscimenti e disconoscimenti arrivò la Seconda Guerra Mondiale. Nel tentativo di dirimere la questione, il governo nazista convocò una delle sorella di Franziska, quando però ella seppe che, se l’avesse riconosciuta Anna sarebbe stata imprigionata perché polacca, rifiutò di firmare un qualunque documento in merito.

A quel punto Anna cadde nel dimenticatoio: passò la prima parte della guerra presso una nobile tedesca che si trovò a vivere in una zona occupata dai sovietici; nel timore che i russi costituissero un pericolo per Anna, venne trasferita in un cottage di proprietà del Principe di Sassonia-Altenburg, che si offrì di ospitarla a tempo indeterminato. Tutti coloro che le offrirono aiuto nel corso degli anni agirono convinti di stare dando asilo alla figlia di un uomo che era stato fra i più potenti d’Europa e questo salvò Anna dall’indigenza e dal ricovero prolungato. Nel 1968 Anna fu portata in ospedale e il Principe fece pulire la casa dove lei aveva vissuto insieme a sessanta gatti.

Quando Anna guarì scoprì che nessuno si era preso cura dei suoi gatti e che le bestiole erano morte; questo la convinse a tornare in America su richiesta di Gleb Botkin, figlio del medico dello zar perito con la famiglia imperiale a Ekaterinburg.

Botkin era convinto che Anna fosse davvero Anastasja e nel rispetto della memoria del padre la prese a vivere con sé. Si occupò di lei sino alla morte nel 1969; anche in quel caso Anna non restò sola: un amico di Botkin, John E. Manahan, le si era affezionato e le offrì casa e assistenza per il resto della vita. Anna morì in Virginia in seguito a una polmonite il 12 febbraio 1984, fu cremata negli Stati Uniti e sepolta in Baviera nello stesso castello che l’aveva ospitata quarant’anni prima.

Quando nel 1991 furono ritrovati i resti dei Romanov, il governo diede ordine che fossero condotte delle analisi per stabilire l’identità dei corpi riesumati e il DNA dei cadaveri venne confrontato con quello dei loro parenti ancora in vita. Furono condotte analisi anche su un campione di tessuto appartenuto ad Anna (un pezzetto di intestino conservato dopo un intervento) che mostrò come non vi fosse alcun legame di parentela fra lei e i Romanov. Per fugare ogni dubbio quel campione venne anche comparato con il DNA ricavato dai resti dei membri della famiglia Schanzkowska che risultò del tutto compatibile.

Alla vicenda di Anna Anderson sono stati dedicati molti film e libri, ricordiamo due opere cinematografiche: Anastasia di Anatole Litvak, la pellicola si prende molte libertà rispetto alla vicenda di Anna dandole un finale del tutto diverso, se siete in cerca di un resoconto fedele non fa per voi, ma sappiate che vale la pena guardarlo anche solo per vedere insieme Ingrid Bergman e Yul Brinner; e Anastasia di D. Bluth e G. Goldman, di marchio Disney, da vedere per sognare un finale migliore e diverso.

Un’altra donna che pretese di essere Anastasja fu la rumena Eugenia Smith. Il suo vero cognome è ignoto, quando arrivò negli Stati Uniti, nel 1922, fece cambiare il proprio cognome da coniugata, Smetisko, in Smith (anche se li usò alternativamente per molto tempo ancora). Eugenia rimase in America per circa sette anni, poi tornò in Europa ed emigrò a Chicago agli inizi degli anni ‘30. Lì riuscì a stringere amicizia con alcuni membri della buona società, fra cui un giudice federale, che si dimostrarono ben disposti verso la donna che sosteneva di essere la Granduchessa Anastasja. La sua storia fece molto meno clamore di quella di Anna, intanto perchè le due si sovrapposero dal punto di vista temporale (di fatto c’erano due donne che sostenevano di essere la medesima persona) e anche perché buona parte della buona società americana (quella di New York in testa, e l’elite newyorkese aveva e ha tuttora molto peso nel decidere cosa sia meritevole di attenzione e cosa no) prestava fede alle parole di Anna.

Una delle poche foto disponibili di Eugenia Smith. Scatto non datato.

Per i successivi trent’anni circa Eugenia visse nell’ombra paga dell’attenzione locale che riceveva e che le permetteva di vivere una vita agiata ospite di questa o quella famiglia, solo nel 1963 Eugenia decide di dare alle stampe le proprie memorie. In questa autobiografia cui raccontava di essere scampata all’eccidio grazie a una donna sconosciuta che la aiutò a fuggire dallo scantinato di Casa Ipat’ev prima che i bolscevichi portassero via i cadaveri della sua famiglia.

Eugenia affermò di non averne mai saputo il nome della donna misteriosa che, qualche tempo dopo la fuga, la affidò a uno dei soldati che erano di guardia durante l’assassinio. Eugenia non fu mai in grado di spiegare come mai un bolscevico avesse accettato di accollarsi la responsabilità della fuga di una Granduchessa e nemmeno chi fosse o come avesse fatto la donna misteriosa a trarla in salvo. Come che sia, secondo Eugenia Il soldato la condusse da Ekaterinburg fino in Serbia in parte a piedi e in parte in treno. Arrivata laggiù Eugenia si sposò con un uomo chiamato Marjan Smetisko (che rintracciato sostenne di non averla mai vista o conosciuta). Sempre nelle sue memorie Eugenia ricorda la vita al Palazzo d’Alessandro e della prigionia, nessun Romanov le dette mai credito ed ella stessa rifiutò sempre il test del DNA. Morì nel 1997.

Più fiabesca è la storia di Eleonora Kruger, una donna che visse in Bulgaria dagli anni ‘20 fino alla morte. La storia di Eleonora ebbe un’eco ridotta, lei stessa non avanzò mai nessuna pretesa verso la famiglia Romanov e viene ricordata solo perché alcuni suoi contemporanei ne trascrissero la vicenda.

Eleonora sosteneva di essere Anastasja e di essere riuscita a fuggire nel 1917 insieme al fratello Aleksej, seguendo un piano di fuga progettato dal padre: Nicola aveva sostituito i figli con due bambini molto somiglianti. Secondo Eleonora, lei e il fratello erano stati portati in un villaggio vicino a Odessa da un ex-membro della Guardia Imperiale, lì avevano vissuto per un paio d’anni finché la guardia aveva deciso che per loro fosse più sicuro trovarsi in Bulgaria e lasciarsi la Russia alle spalle. L’itinerario prevedeva un lungo viaggio via mare che avrebbe fatto tappa ad Alessandria d’Egitto dove Eleonora e il fratello, ora chiamato Georgij, si sarebbero imbarcati su un’altra nave. Durante quest’ultimo tratto di viaggio sulla barca scoppiò una rissa ed Eleonora rimase ferita all’addome. Questa ferita la rese invalida per parecchio tempo, il loro mantenimento ricadde sulle spalle di Georgij e della guardia protettrice che si arrangiarono con lavoretti saltuari nella città di Belgrado. La storia non spiega né come vi arrivarono, nè come o quando partirono alla volta della Bulgaria, quel che si sa è che una volta che Eleonora fu guarita, nel 1922, poterono ripartire, ma Georgij si ammalò e rimase all’ospedale di Sofia mentre Eleonora proseguì verso il villaggio di Gabarevo dove una sua recente conoscenza le aveva promesso aiuto per sistemarsi. Da questo punto in poi della guardia si perdono le tracce. Presto Eleonora strinse un legame sentimentale con il medico condotto, Pjotr Alexiev, che sosteneva di provenire da Smolensk; nel giro di poco tempo i due andarono a vivere insieme e, per evitare le malelingue, si sposarono nel 1924. Eleonora sostenne sempre di essere la figlia di un nobile russo e la sua istruzione fu in grado di garantirle un posto come insegnante presso una delle scuole vicine. Dal 1924 circa Eleonora trovò lavoro come insegnante di latino, francese e inglese e raccontò spesso ai suoi studenti sprazzi della sua presunta vita al Palazzo d’Alessandro. Accanita pittrice, Eleonora era solita dipingere le altre Granduchesse, che lei chiamava “le sue sorelle” raffigurandole come fiori. Altro suo interesse era l’oppio, che fumava per lenire il dolore causato dalla ferita rimediata in nave; Eleonora sosteneva di aver preso tale abitudine dalle zie, ma nella famiglia Romanov non risulta ci fossero accanite fumatrici d’oppio.

Nel 1930 il fratello Georgij la raggiunse a Gabarevo dove morì poco dopo a causa, ufficialmente, dell’emofilia. Gli storici moderni sostengono che il decesso del fratello di Eleonora Kruger fu causato dalla tubercolosi.

Elenora spirò nel 1954 e i Romanov vennero a sapere della sua storia solo grazie alla comunità russa locale costituita da migranti che avevano lasciato il paese a causa della rivoluzione. La famiglia Romanov ammise che sia lei che il fratello somigliavano ad Anastasja e Aleksej, resta il fatto che la storia fornita da Eleonora è a dir poco fantasiosa.

Uno scorcio moderno di Gabarevo, il villaggio bulgaro dove visse Eleonora.

Anastasja non fu la sola Romanov che si tentò di far risorgere dalla tomba, diversi uomini cercarono di farsi passare per Aleksej. La mancanza di emofilia smascherò molti di loro; solo uno aveva in comune questa malattia con lo zarevič: Evgenij Ivanoff. Nel 1927 il giornale polacco “L’espresso di Poranny” pubblicò un articolo in cui si affermava che il figlio dello zar viveva sotto mentite spoglie e ignorato dalla famiglia, in uno stato di omertà dettato dalla convenienza. Di quale convenienza si trattasse l’articolo non lo spiega. L’eco avrebbe mantenuto proporzioni ridotte se la vicenda non fosse rimbalzata sul giornale parigino “Il mattino” che non solo riprese la storia, ma svolse delle indagini sulla vita di Evgenij, che al tempo viveva presso una famiglia russa di Bydogoszcz.

Evgenij affermò di essere stato salvato da un cosacco che lo aveva prelevato da Casa Ipat’ev prima dell’eccidio e che lo aveva condotto fino in Germania. Nel 1920 tuttavia Evegenij tornò in Polonia sostenendo di voler essere il più vicino possibile alla propria terra e trovò rifugio presso la città di Chelmo nella casa di un parroco.

Quando uscì l’articolo francese il prelato venne intervistato e disse che Evgenij parlava perfettamente russo, tedesco e inglese, che era affetto, a suo parere, da emofilia, mostrava una buona conoscenza della famiglia reale russa, e, per quel che lo riguardava, era ben felice di aver dato un tetto all’erede al trono russo.

Lo stesso Evgenij venne intervistato, di lui esiste una foto in cui indossa l’uniforme imperiale russa che si era cucito lui stesso e che metteva ogni domenica, e confermò di essere Aleksej scampato per miracolo alla morte. Anche la famiglia che lo ospitava si disse convinta della sua identità, sia per i modi che per la predisposizione verso lavori più femminili come l’ago, un’abilità che Evgenij sosteneva d’aver acquisito durante l’infanzia quando era costretto a letto dall’emofilia. Presto il pubblico perse interesse e di Evgenij si smarriscono le tracce, il test del DNA comunque sconfessò la sua storia.

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