La fine dei Romanov

Nel 1917, in Russia, scoppiò la cosiddetta “Rivoluzione di febbraio”, un movimento di matrice bolscevica volto a rovesciare la monarchia, retta dallo zar Nicola II, e a instaurare un governo di stampo, appunto, bolscevico. 

Il 22 marzo 1917 Nicola venne costretto ad abdicare e un anno e mezzo dopo lui, la moglie Aleksandra e i figli Ol’ga, Tat’jana, Marija, Anastasija e Aleksej e quattro membri della corte vennero trucidati nello scantinato di Casa Ipat’ev a Ekaterinburg. Capo del plotone di esecuzione fu Jakov Michajlovič Jurovskij, membro della Čeka, la polizia segreta bolscevica, ed esponente del locale soviet degli Urali. 

Ritratto ufficiale della famiglia Romanov, 1913.

Dopo l’abdicazione, i Romanov, chiamati da allora in poi con i titoli di “signore”, “signora” e “signorine” e “signorino”, vennero posti agli arresti domiciliari presso Carskoe Selo, nel Palazzo d’Alessandro. Questo primo periodo di prigionia fu il migliore: il capo del governo, A. Kerenskij, diede ordine che potessero trascorrere molto tempo all’aria aperta e, sebbene privati della maggior parte dei loro amici e della loro corte, erano relativamente liberi. Il piano di Kerenskij prevedeva di far espatriare, a tempo debito, la famiglia imperiale, ma pressato dai bolscevichi vide il suo piano sfumare. 

La famiglia imperiale al lavoro nei giardini di Carskoe Selo durante l’estate del 1917.

In agosto vi fu un primo trasferimento a Tobolsk, anche lì i Romanov non dovettero patire molto: potevano gironzolare per le strade e, anche quando venne loro proibito, la casa in cui vivevano era confortevole, con loro avevano i propri effetti personali e molti degli abitanti della cittadina manifestavano apertamente il proprio affetto alla famiglia.

Lo zar insieme ai figli sul tetto della casa dov’erano detenuti a Tobolsk.

Questo stato di cose terminò nell’aprile 1918, quando i Romanov furono trasferiti a Ekaterinburg. Nell’ottobre 1917 a Kerenskij era subentrato Lenin, capo della corrente bolscevica, che intendeva risolvere il problema dei Romanov in modo definitivo:  i più moderati intendevano giustiziare soltanto l’ex-zar; gli altri propendevano per un’epurazione generale della famiglia. 

Se Kerenskij aveva ordinato di trattarli con riguardo, per Lenin questa non fu un’opzione e ai Romanov vennero imposte parecchie limitazioni: gli fu ordinato di parlare solo in russo (in famiglia conversavano indifferentemente russo e inglese), il poco personale che gli era rimasto ricevette l’ordine di non usare i loro titoli nobiliari, le razioni divennero le medesime dei soldati e molti dei loro beni vennero requisiti. 

Aleksandra e le figlie furono oggetto di lazzi lascivi e disegni osceni che le lasciavano turbate, e tutta la famiglia dovette sottostare a ordini sempre più arbitrari. L’odio accumulato nei confronti della famiglia imperiale nel corso degli anni ora poteva essere espresso liberamente dai loro carcerieri.

Jakov Jurovksij, membro del soviet degli Urali, fu il responsabile dei Romanov durante la loro prigionia e Ekaterinburg. Fonte: da un bisettimanale ungherese del 1925.

Casa Ipat’ev, ultima loro dimora, fu circondata da alte palizzate perché i Romanov non fossero visti dall’esterno, le finestre furono murate tranne un paio, presso le quali venne loro vietato sostare per il timore che riuscissero a comunicare con l’esterno. A Ekaterinburg l’intera famiglia era, di fatto, isolata nelle proprie stanze e non potevano vedere nessuno; con loro erano rimasti soltanto il capo-cuoco Ivan Charintov,  il cocchiere Aleksej Trupp, la dama di compagnia Anna Demidova,  e il medico dello zarevič, Evgenij Botkin. Costoro avevano seguito volontariamente la famiglia Romanov in esilio ed erano gli unici a non essere stati allontanati dopo il trasferimento da Tobolsk. 

La quasi totalità di coloro che avevano scelto di seguire i Romanov in esilio vennero uccisi, anche chi era stato trattenuto a Tobolsk; stesso destino toccò a molti dei servitori di altri membri della famiglia imperiale. 

Il Partito Bolscevico era allora minacciato dai Bianchi, un movimento conservatore e filo aristocratico, la cui Armata aveva ingaggiato una guerra contro i bolscevichi; lo scontro procedeva a fasi alterne, ma i Bianchi avevano guadagnato abbastanza terreno da mettere ai bolscevichi il timore che arrivassero Ekaterinburg e liberassero i Romanov.

Non tutto il Paese era a favore della rivoluzione, i bolscevichi non potevano correre il rischio che la famiglia imperiale tornasse in libertà e divenisse un catalizzatore per tutti coloro che non appoggiavano la nuova politica. Né potevano permettere che i Romanov espatriassero e fossero riconosciuti dagli altri governi come i legittimi sovrani di Russia, cosa che avrebbe privato di ogni autorità il governo di Lenin. 

Per prepararsi il terreno, il Soviet degli Urali diede ordine a funzionari della Čeka di 

redarre delle lettere in francese, mandate allo zar da parte di presunti e fittizi sostenitori monarchici in cui si delineavano piani di fuga. Nicola, purtroppo, abboccò e rispose, dando così modo al Soviet di portare avanti la loro tesi che vedeva l’eliminazione dei Romanov quale unica strada perché cessassero di essere una minaccia. 

Il Granduca Michail, fratello dello zar, ucciso a Perm’ nel giugno del 1918. Nella foto è con la moglie e il figlio. 

Il 12 giugno, il fratello dello zar, Michail, detenuto a Perm’, venne ucciso insieme al suo segretario dai locali membri della Čeka, il suo corpo non fu mai ritrovato. Da quel momento Lenin, Dzeržinskij e Sverdlov iniziarono a congetturare su come eliminare la famiglia imperiale: doveva essere tenuto segreto perché Lenin temeva ripercussioni politiche da parte delle altre nazioni. Molti erano gli ambasciatori che chiedevano di verificare di persona o avere notizie affidabili circa lo stato di salute dei Romanov e Lenin era deciso a non creare incidenti diplomatici. 

Il governo di Mosca delegò il Soviet degli Urali a decidere le modalità di esecuzioni e gli esecutori materiali, a sua volta il Soviet affidò l’incarico a Jurovskij: avrebbe dovuto assoldare pochi fidati collaboratori, tutti di provata fede bolscevica e dotati di sangue freddo. In nessun modo le loro azioni avrebbero mai dovuto ricondurre a Lenin. 

Jurovskij assegnò un bersaglio a ogni soldato e ricorse a dei veterani di origine austro-ungarica per sparare ai giovani Romanov giacché nessuno dei presenti voleva prestarsi; ordinò anche che non vi fossero stupri post-mortem o profanazione dei cadaveri per cercarne gli averi. La direttiva di non mettersi a cercare gioielli sui cadaveri era dovuta al fatto che Jurovskij desiderava che gli eventuali preziosi ritrovati fossero confiscati e mandati a Mosca senza che vi fossero dei furti da parte dei soldati. Sul perché abbia insistito a che non venissero compiuti atti di necrofilia non è chiaro, forse Jurovksij scelse di mostrare una tardiva mostra di rispetto verso la zarina, le granduchesse e Anna Demidova.

A mezzanotte del 17 luglio il medico e prigioniero Botkin venne svegliato da Jurovskij che gli ordinò di svegliare tutti gli altri e dir loro che dovevano scendere e prepararsi a partire. Botkin obbedì e tutti e undici (sette Romanov e quattro membri della corte) si ritrovarono nel seminterrato, Lì giunti Aleksadra chiese due seggiole, una per sé e una per il figlio, poi Jurovskij dichiarò di voler far loro una fotografia e li fece riunire vicini.

A quel punto, da una stanza adiacente, entrò il plotone d’esecuzione e Jurovskij lesse brevemente il capo d’accusa: avevano complottato la fuga e per questo venivano puniti con la relativa condanna capitale. Nicola ebbe solo il tempo di esclamare “Cosa?” e la penombra della stanza fu rotta dal bagliore e dagli scoppi degli spari. 

Le prime vittime furono Nicola e Aleksandra, seguiti dai membri maschili del personale, molti degli altri, compresi i figli, sopravvissero alla scarica di proiettili riportando ferite più o meno gravi; la maggior parte di loro venne finita a colpi di baionetta poiché i gioielli cuciti sotto gli abiti delle donne agirono come protezione. 

Non è mai stato chiarito quanti prigionieri vennero uccisi nel tragitto che percorsero i soldati verso il posto designato per la sepoltura.

Il seminterrato di Casa Ipat’ev, nei muri sono visibili i segni lasciati dalle numerose pallottole esplose durante l’esecuzione dei Romanov.

Il plotone si diresse verso il bosco di Koptjakij, sito lungo una strada abbandonata e vicino a una miniera dismessa a circa 16 chilometri da Ekaterinburg, lì Jurovskij diede ordine di scavare una fossa abbastanza grande per contenere tutti i cadaveri. 

Per depistare le eventuali indagini dei Bianchi, Jurovskij ordinò di seppellire due corpi lungo il tragitto: Aleksej e Marija vennero interrati dopo essere stati bruciati e coperti di acido solforico. 

Giunti a Koptjakij Jurovskij cacciò due soldati che avevano profanato l’intimità della zarina e procedette all’inventario dei gioielli trovati sotto gli abiti delle donne e di Aleskej ,alla fine mise insieme otto chili di diamanti che inviò al Partito. 

Poiché la fossa scavata in precedenza non era abbastanza profonda per tutti i nove corpi rimasti, Jurovskij diede l’ordine di metterli dentro alla bene e meglio, di cospargerli di acido solforico e quindi di darli alle fiamme. Una volta che queste si fossero estinte la buca doveva essere riempita di fronde e rami. Questa scelta era dovuta al fatto che Lenin non voleva che nessuno potesse, se mai i cadaveri fossero stati ritrovati, riconoscerne le identità. A seguito della morte della famiglia imperiale molti altri Romanov vennero uccisi e la stessa sorte toccò a diversi dei loro amici o parenti non stretti. 

Fra il 1918 e il 1919 i Bianchi presero il potere in alcune regioni  sotto il comando di A. Kolčak e questi ordinò all’investigatore legale Nikolaj Sokolov, vicino ai Bianchi, di indagare sul destino dei Romanov. Sokolov si adoperò per scoprire il luogo di sepoltura dei Romanov e le modalità dell’eccidio. Il suo rapporto, inesatto per la mancanza di collaborazione da parte del ristabilito governo Lenin, fu l’unico documento ritenuto valido fino al 1989.

Particolare della zona in cui vennero fatti gli scavi nel 1919.

In quell’anno il presidente Gorbačëv autorizzò delle indagini avvalendosi dei pochi esecutori ancora in vita che portarono alla scoperta della fossa di Koptjakij. Solo nel 1998 il DNA diede un nome ai corpi sepolti lì e a quelli della prima fossa dov’erano Aleksej e Marija. 

Il mistero che aleggiava intorno alla sorte dei Romanov ha dato spazio a molte donne e a qualche uomo, che sostenevano di essere una delle granduchesse o lo zarevič, ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

Cattedrale sul Sangue, la chiesa edificata al posto di casa Ipat’ev, costruita dal 2000 al 2003 in occasione della canonizzazione dei Romanov.

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