La prostituzione in URSS

La Rivoluzione d’Ottobre portò grande libertà alle prostitute. Sulla base del principio “libertà per tutti”, il governo rivoluzionario si assicurò che nessuna parte della popolazione rimanesse esclusa, così che le prostitute si raccolsero in sindacati e gruppi per la difesa dei loro diritti di lavoratrici. Questa libertà risultò però effimera, facendo crescere il commercio di corpi che rimaneva nell’ombra.

La pratica della prostituzione fu formalmente depenalizzata nel codice penale del 1922. Pertanto, dopo il 1917 la politica ufficiale sulla prostituzione inizialmente si concentrò su due obiettivi principali: controllo delle malattie trasmesse per via sessuale e prevenzione delle donne per tenerle lontane da questo lavoro improduttivo e “immorale”. 

La prostituta veniva raffigurata come vittima di un sistema sociale ingiusto, il Capitalismo, che non forniva le basi sociali ed economiche su cui le donne avrebbero potuto costruirsi una vita indipendente e produttiva.

Per questo, tra il dicembre 1917 e il gennaio 1919 il Partito Comunista elaborò una serie di leggi volte a dare il via a un programma di emancipazione della donna, tra cui l’uguaglianza politica e legale, la legalizzazione del divorzio e l’abolizione della regolamentazione statale della prostituzione. Grande fautrice di questi cambiamenti fu Aleksandra Michailovna Kolontaj, rivoluzionaria russa di stampo marxista e femminista radicale, la prima donna a essere eletta al Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado.

Alla fine del 1918 le istruzioni erano confuse e incoerenti: si parlava di espellere le prostitute dalle strade, di cercare loro una casa dove potessero esercitare il mestiere senza comparire sotto gli occhi di tutti, di ritirare i biglietti gialli che le rendevano riconoscibili nella Russia zarista; si consigliava di condurre retate per espellere dalla città di Pietrogrado tutte le donne e ragazze che esercitavano, o che erano sospettate di esercitare la prostituzione. Si dichiarava che la loro unica salvezza fosse un contatto fraterno da parte dei compagni comunisti che non dovevano trattarle come animali o nemiche del popolo, ma mostrare misericordia per dare loro una possibilità di salvezza. Si diceva di sparare sulle prostitute ed eliminarle.

Nella Russia zarista, l’educazione sessuale era stata pesantemente censurata dallo stato, con leggi che vietavano ai medici di tenere conferenze pubbliche sulla salute sessuale, a meno che la polizia non fosse presente. 

Nella Russia sovietica, i comunisti puntarono a un programma di educazione sessuale di massa per combattere la diffusione delle malattie sessuali trasmesse tramite la prostituzione, equiparando la salute sessuale dell’individuo alla salute del nuovo regime. 

Durante gli anni venti furono emessi una serie di manifesti educativi che mostravano i pericoli della sifilide. I protagonisti di questi plakaty erano i lavoratori che venivano raffigurati come vittime dell’ignoranza e incoraggiati a un nuovo senso di consapevolezza per combattere la diffusione delle malattie veneree. 

Come prima risposta al problema prostituzione, il commissariato sovietico per la salute creò il Consiglio centrale per la lotta alla prostituzione, che voleva introdurre un’occupazione e un’istruzione migliori per le donne in modo da allontanarle dalla mercificazione di se stesse. 

Negli anni ’20 furono creati diversi centri del lavoro, con l’obiettivo di trasformare la prostituta in una “nuova donna sovietica.” Le prostitute avevano bisogno di assistenza finanziaria e della promessa di un’altra forma di reddito per crearsi una nuova vita e per impedire loro di tornare in strada. 

I centri lavorarono per fornire alle prostitute un’istruzione professionale, politica e sociale, oltre che accesso a cure mediche e profilassi; l’obiettivo era quello di reintegrarle nel mondo del lavoro e di rivendicarle come “cittadine sovietiche produttive.” Queste misure si rivelarono parzialmente  efficaci già dagli anni ’30, ma i numeri dimostrano che furono in grado di trattare solo la metà delle prostitute. 

Donne e ragazze coinvolte nella prostituzione dovevano registrarsi in questi centri, sottoporsi a visite mediche obbligatorie e inserirsi nella ricerca di un lavoro alternativo. Chiunque mancasse di espletare uno di questi doveri veniva arrestato ed espulso dalla città con proibizione di ritorno.

Il governo dei Soviet non mancò di denigrare, perseguire e spesso incarcerare le prostitute, basandosi sull’ideologia di partito, seguendo la psicosi di quella che era una vera e propria caccia al nemico di classe; le prostitute erano definite parassiti della società, perché non producevano, ma vendevano il proprio corpo che, essendo qualcosa di cui tutti erano dotati, non poteva essere considerato bene di scambio. Oltretutto, la prostituzione veniva considerata una forma di commercio privato, inaccettabile alla centralizzazione imperante di quegli anni che riguardava ogni aspetto lavorativo e sociale della vita dei cittadini sovietici. 

Nel 1919 venne aperto un campo di lavori forzati a San Pietroburgo, al tempo ancora Pietrogrado. Il lager trovò spazio negli edifici della Casa per invalidi Česmenskij, sull’autostrada per Mosca. Entro il gennaio 1920, in questo campo vennero ospitate 6500 donne, di cui si calcola che il 60% fossero sospettate di prostituzione.

Le condizioni di detenzione delle prigioniere erano relativamente lievi: erano autorizzate a vedere la famiglia ogni giorno, potevano ricevere posta e coloro che dimostravano di essere affidabili potevano andare a casa durante il fine settimana.

L’obiettivo della giovane repubblica sovietica era l’isolamento dei cittadini inaffidabili e socialmente pericolosi e la loro rieducazione con l’aiuto della terapia occupazionale.

Già alla fine del 1919 si cercò una soluzione più dura per le prostitute irriducibili: venne creata un’altra colonia per loro, in corrispondenza della stazione Rasliv, fuori San Pietroburgo. Nella colonia venivano ospitate fino a 500 donne.

Allo stesso tempo si cercava di riabilitare le prostitute come vittime del sistema capitalista, creando ulteriore confusione. Nel fermento e ansia di ristabilire l’ordine per le strade di San Pietroburgo dopo la Rivoluzione, non erano ben chiari i parametri che definivano la professione di prostituta, mentre il rigore morale era alle stelle. Questo condusse all’incarcerazione per prostituzione di un grosso numero di donne che niente aveva a che fare con questo mestiere.

Alla terza conferenza panrussa dei soviet nel 1921 Aleksandra Kolontaj diceva: 

“La nostra repubblica dei lavoratori sovietici ha ereditato la prostituzione dal passato capitalista borghese, quando solo un piccolo numero di donne era coinvolto nel lavoro all’interno dell’economia nazionale e la maggioranza di loro si affidava al “capofamiglia maschio”, il padre, il fratello o il marito. La prostituzione sorse insieme ai primi Stati come l’ombra inevitabile dell’istituzione ufficiale del matrimonio, che era progettata per preservare i diritti di proprietà privata e per garantire l’eredità della proprietà attraverso una linea di legittimi eredi.” 

Diceva ancora Aleksandra Kolontaj: “La prostituzione è soprattutto un fenomeno sociale; è strettamente connessa alla posizione bisognosa della donna e alla sua dipendenza economica dall’uomo all’interno del matrimonio e della famiglia. La donna è in una posizione economicamente vulnerabile, condizionata da secoli di educazione ad aspettarsi favori materiali da un uomo in cambio di favori sessuali, siano questi dati all’interno o all’esterno del legame matrimoniale. Questa è la radice del problema. Ecco la ragione della prostituzione.”

All’inizio della NEP, tra il 1921 e 1922, ci fu un nuovo insorgere della pratica di prostituzione, praticata apertamente da donne di ogni estrazione sociale. Secondo i sondaggi dell’epoca, il 40% 60% degli uomini frequentava prostitute con regolarità. Venne fatto un tentativo per reintrodurre le visite mediche obbligatorie per le prostitute, ma senza successo. 

La polizia cercava di reprimere la prostituzione arrestando e incarcerando le donne che la praticavano; allo stesso tempo, seguendo l’ideologia di prevenzione sociale, erano stati aperti dei dispensari per la rieducazione delle prostitute e per il loro reinserimento attivo sul mercato del lavoro.

Dopo il 1929, il tema della prostituzione scomparve dalla stampa, l’unico argomento che rimase in discussione pubblica fu la lotta alle malattie veneree. Il tema prostituzione divenne tabù.

Negli anni ‘30, il Grande Terrore fornì una buona scusa per l’arresto di prostitute che venivano registrate come criminali o nemiche del popolo.

L’aumento della prostituzione è segnato agli anni ’70, anni in cui spuntò una classe di cosiddette “prostitute d’élite” che lavoravano con gli stranieri per la valuta. 

Molta gente era coinvolta negli affari di questa nuova fascia: direttori di albergo che fornivano un luogo di incontro, gestori di ristoranti che servivano per la prenotazione dei tavoli, e tante altre figure che ricevevano parte del reddito delle prostitute.

Nello stesso periodo il KGB decise di approfittare di questa situazione mettendo a lavorare le “prostitute d’élite”. I compiti erano molto diversi, ma lo scopo era sempre quello di raccogliere più informazioni possibili sugli stranieri che entravano nel Paese.

Fino alla fine degli anni ‘80, quando fu riconosciuta come fenomeno effettivo, la prostituzione non esisteva ufficialmente, ma agli inizi degli anni ’90 per le strade di Mosca si iniziarono a vedere le prime prostitute che riportarono il problema alla luce.

Nel 1987 vennero introdotte delle leggi specifiche che proibivano la prostituzione; prima di questo, le prostitute venivano perseguite penalmente come criminali.

Fonti:

https://www.marxists.org/archive/kollonta/1921/prostitution.htm?fbclid=IwAR3U_4IICyCQiGPhXKgCyaTZfVGrgJgiyxTsc-SF9L04B0O0YtvqzMq_ntk

https://ru.wikipedia.org/wiki/%D0%9F%D1%80%D0%BE%D1%81%D1%82%D0%B8%D1%82%D1%83%D1%86%D0%B8%D1%8F_%D0%B2_%D0%A1%D0%A1%D0%A1%D0%A0

https://dlib.rsl.ru/viewer/01009229158#?page=117

http://www.a-z.ru/women/texts/lebina2r-3.htm

https://zen.yandex.ru/media/id/5bbf6a2e3ba5d400aa7f37ef/chesmenskii-dvorec-ot-konclageria-do-universiteta-5e5c0ebfa5280a20310bd605

https://mirovich.media/321945.html

Leave a Reply