Storia della lingua bielorussa

l bielorusso è una lingua slava orientale, lingua ufficiale, assieme al russo, della Repubblica di Bielorussia. La lingua bielorussa è parlata da quasi 8 milioni di persone, la maggior parte delle quali vivono in Bielorussia. Le comunità linguistiche più numerose fuori dalla Bielorussia si trovano in Polonia e Ucraina.

L’alfabeto utilizzato è il cirillico, con alcune differenze rispetto al russo.

Dal punto di vista lessicale, il bielorusso presenta tratti comuni sia con il polacco che con il russo, questo perché geograficamente il Paese si colloca fra Russia e Polonia. Tenendo in considerazione il continuo spostamento dei confini geografici della Bielorussia, le somiglianze con le lingue dei paesi attigui non sorprendono.

Di norma, il consolidamento storico dell’identità etnica contribuisce alla divisione linguistica fra due o più Paesi; nel caso bielorusso questo consolidamento è mancato, e non si è mai creata una distinzione netta che favorisse lo sviluppo indipendente della lingua.

Altro fattore che contribuisce alla definizione dei tratti fondamentali di una lingua è la presenza, lungo i confini, di idiomi appartenenti a gruppi differenti, ma ancora una volta non è quanto accade in Bielorussia, i cui confini sono in prevalenza con stati in cui si parlano lingue slave.

La lingua bielorussa, o più precisamente la sua variante antica, era la lingua parlata dalle popolazioni slave che risiedevano in un territorio nella parte orientale dell’Europa.

L’etnologo Karskij, studioso della lingua bielorussa e fondatore della linguistica bielorussa, stabilì i confini dei territori bielorussi proprio su base linguistica. In base alle sue indagini, oltre all’attuale Bielorussia, la popolazione bielorussa era diffusa e utilizzava la lingua anche in zone che oggi sono parte di Russia, Lituania, Polonia e Ucraina.

Dopo secoli, durante i quali il bielorusso esisteva solo in forma orale, venne a crearsi una tradizione scritta sotto il Granducato di Lituania, un regno nel quale convivevano popolazioni di nazionalità,

religioni e tradizioni differenti. In questo periodo, circa dal 1500 in poi, l’antico bielorusso divenne la lingua della classe dominante e dell’amministrazione.

Le prime opere letterarie in lingua bielorussa risalgono al XIX secolo; in una certa misura erano correlate al nazionalismo ribelle polacco, perché vennero usate per ridurre il distacco con i servi che volevano affrancare. Molti nazionalisti polacchi parlavano polacco e bielorusso e per questo utilizzarono il bielorusso nelle loro opere, la lingua parlata dai ceti inferiori. A quel tempo la Bielorussia veniva considerata una provincia orientale della Polonia.

Furono le traduzioni da altre lingue europee in bielorusso, redatte dal XV al XVII secolo, a favorire l’uso della lingua bielorussa dal punto di vista sintattico, letterario e lessicale e ad agevolarne l’uso in ambiti diversi da quello religioso e legale,.

Il XVIII secolo è un periodo di declino per il bielorusso.

Con la spartizione della Polonia e l’annessione dei suoi territori all’Impero russo si assistette all’abbandono del bielorusso a favore del russo da parte della classe dominante.

A partire dal XIX secolo cominciarono i tentativi di standardizzare il bielorusso parlato dal popolo tramite la composizione di un dizionario nel 1870 da parte di I. Nosovič che redige un “Dizionario della parlata bielorussa”. In quel periodo era attivo il poeta Bahuševič, la cui produzione contribuì allo sviluppo della lingua bielorussa.

Sempre all’inizio del XIX secolo il generale interesse verso il folclore locale comportò la nascita degli studi in bielorussistica e nel 1822 il russo K. Kolaidovič pubblica “Sulla parlata bielorussa”.

A quel tempo i Bielorussi, che allora non si chiamavano così, perché ancora non esisteva il concetto di “Bielorusso”, rappresentavano di fatto la popolazione rurale e solo in minima parte quella cittadina, e pur parlando i vari dialetti bielorussi vivevano una situazione di plurilinguismo non indifferente. Nella vita quotidiana un bielorusso poteva trovarsi a contatto con parlanti polacco, russo e yiddish. Dal 1927 al 1937 erano tutte lingue ufficiali.

L’aumento della mobilità delle persone, portata dall’industrializzazione e modernizzazione della società e dalla decadenza della piccola nobiltà polacca, fece sì che i bielorussi assimilassero, per necessità, anche un’altra lingua, per questioni pratiche ed economiche si trattava del russo o del polacco. Era quindi normale che una persona fosse in grado di esprimersi in almeno due idiomi.

La Bielorussia prevalentemente rurale, storicamente suddivisa fra stati differenti, si è trovata in una situazione sfavorevole per il fiorire di una lingua specifica.

Quando nel 1905 lo zar si vide costretto a fare concessioni in ambito linguistico e politico a tutti i popoli imperiali, iniziò la rinascita della lingua e cultura bielorusse e crebbe il numero delle scuole. Benché l’istruzione rimase in lingua russa, qui nascono le premesse per lo sviluppo della cultura locale.

La qualità dell’istruzione era piuttosto bassa, nascevano perciò scuole non ufficiali sia fra ortodossi che fra cattolici. Le prime fornivano istruzione in lingua russa, e di miglior qualità rispetto alle scuole ufficiali. Le seconde comparivano anche per motivi religiosi, in questo caso l’istruzione era, il più delle volte, in lingua polacca. Gradualmente le scuole di carattere religioso vennero sostituite da scuole ufficiali, che garantivano un’istruzione migliore. Tuttavia l’accesso all’istruzione media e superiore risultava ancora molto limitato, si provvedette inoltre alla creazione di istituti a indirizzo pedagogico.

L’insegnamento in lingua bielorussa venne concesso nel 1914, poco prima della Prima Guerra Mondiale, stesso anno in cui venne pubblicato un nuovo dizionario della lingua bielorussa da V. Dobrovol’skij.

Nel 1906 venne fondato il giornale “Naša Niva” (Наша Ніва – Il nostro campo di grano) che, oltre a ricoprire un valore politico, aveva un’importanza linguistica in quanto i suoi collaboratori sostenevano che il nucleo di tutta la cultura nazionale era la lingua: “prima di tutto abbiamo bisogno di far rivivere la nostra lingua… solo dopo avremo un terreno solido su cui costruire il nostro movimento.”

Già all’inizio del secolo, quindi, la questione politica era strettamente legata a quella linguistica.

Nel 1917 iniziarono le pubblicazioni di massa in lingua bielorussa. La prima codificazione del bielorusso avvenne nel 1918 ad opera di Branišlaŭ Taraškevič che scrisse una grammatica del bielorusso per le scuole; nello stesso anno il bielorusso divenne lingua ufficiale.

All’inizio degli anni ‘20, durante il “periodo d’oro” del nazionalismo bielorusso, nonché una delle fasi di bielorussificazione, le élite nazionali tentarono di promuovere la lingua bielorussa, proclamandola lingua delle sedute ufficiali e la usarono per redigere documenti.

Nonostante l’entusiasmo, l’effettivo numero di parlanti nelle città era assai ridotto, ed era svantaggiato nella competizione con le altre lingue in uso (russo e yiddish in particolare). I nuovi arrivati tendevano ad adeguarsi a quella che era la lingua della maggioranza della popolazione, qualunque essa fosse. Inoltre, dopo che le restrizioni nei confronti degli ebrei vennero abolite, questi iniziarono a parlare in russo, facendo così di questo idioma la lingua della maggioranza della popolazione cittadina.

Da tenere in considerazione è anche il fatto che la campagna di bielorussificazione attuata durante gli anni ‘20 trovò notevole resistenza da parte degli abitanti delle zone orientali e sudorientali del Paese, dove, anche fra la popolazione rurale, il bielorusso era parlato da un numero ridottissimo di persone.

Cionondimeno la politica dei primi anni ‘20 comportò un incremento dei parlanti di bielorusso e una maggiore diffusione di questa lingua. Tale evento è legato a quella che più in generale era la politica bolscevica dell’epoca, volta a favorire lo sviluppo delle identità nazionali delle varie repubbliche.

Durante il periodo di bielorussificazione venne elaborata la terminologia specifica per gli ambiti scientifico, tecnico, giuridico, medico, militare. Nel 1921 venne aperta la prima università bielorussa, a Minsk, dove però la lingua di insegnamento rimase il russo.

Durante questo periodo il numero di bielorussofoni crebbe al 54% nel 1926, fino all’80% del 1928; il numero di scuole in bielorusso passò dal 28,4% del biennio 1924-25 al 93,8% del 1929-30.

Dopo questa fase, alla fine degli anni ‘20, la politica culturale dell’Unione Sovietica cambiò orientamento passando alla cosiddetta “amicizia fra popoli”. Come in altre parti dell’URSS, questo significò portare la cultura russa al primo posto.

Durante parte degli anni ‘30 la lingua bielorussa continuò a svilupparsi, ma poi, come in tutta l’Unione Sovietica, si passò alla fase di russificazione. Nel 1930 venne proclamato un editto nel quale si dichiarò che russo, bielorusso e ucraino non potevano esser latinizzati, si vietava cioè l’uso dell’alfabeto latino per queste lingue. Rilevante, in questo senso, anche la riforma linguistica avvenuta nel 1933, la quale venne condotta con lo scopo di epurare il bielorusso da polonismi. Ad oggi l’opinione di diverse persone è che lo scopo di questa riforma fosse in effetti quello di rendere il bielorusso più simile al russo.

Lo status della lingua bielorussa cambiò progressivamente mano a mano che la politica di russificazione avanzava, lasciando di conseguenza sempre meno spazio alla questione nazionale e allo sviluppo della lingua locale. In questa fase dell’epoca sovietica, le culture locali potevano essere identificate come tendenze di contrapposizione all’ideologia ufficiale. Le repressioni di Stalin, che colpirono duramente gli esponenti culturali di tutta l’Unione Sovietica, in Bielorussia compirono una vera e propria strage.

Dopo l’arresto di 128 scrittori l’Unione degli Scrittori Bielorussi rimase sguarnita: dei 39 membri scampati alle purghe, solo 14 scrivevano in bielorusso. Dei 238 scrittori arrestati durante le repressioni ne sopravvissero solo 20 e furono liberati dopo la morte di Stalin nel ‘53.

L’Istituto di Cultura Bielorussa, che era diventata l’Accademia delle Scienze Bielorussa perse il 90% dei suoi membri, la gran parte dei quali venne fucilata. La campagna repressiva continuò anche nella Bielorussia occidentale, che faceva parte della Polonia dal 1921, quando questa venne incorporata all’URSS nel 1939. Solo nel 1940 vennero deportate 200.000 persone.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Bielorussa venne urbanizzata e, allo stesso tempo, russificata, evento inevitabile considerando che il processo di urbanizzazione avveniva con l’approvazione di Mosca. Minsk non ricoprì mai il ruolo di centro per lo sviluppo della cultura bielorussa e nazionale, fu più un anello intermedio fra Mosca e il Paese, punto da cui si doveva diffondere la cultura predominante.

Nel 1953 divenne segretario del Partito Comunista di Bielorussia Michail Vasilevič Zimjanin, il quale studiò la situazione linguistica in Bielorussia e proclamò un discorso in lingua bielorussa. Zimjanin ricoprì questa carica per un periodo troppo breve per provocare un cambiamento di rotta; i suoi successori non prestarono altrettanta attenzione alla questione linguistica bielorussa e non utilizzarono mai il bielorusso come lingua dell’amministrazione.

Negli anni ‘60, tuttavia, con la pubblicazione di un ulteriore dizionario si tentò di ripristinare alcune parole che erano state eliminate, però è solo alla fine degli anni ‘70 che viene pubblicato il primo vocabolario bielorusso compreso della spiegazione dei termini. Nel 1962 venne pubblicata una Hramatyka belaruskaj movy (Grammatica della lingua bielorussa) che mirava a ricoprire una funzione sia descrittiva che normativa.

Un fattore degno di nota è che negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 la popolazione urbana di Minsk crebbe in maniera esponenziale. Arrivati in città gli abitanti delle campagne adottavano il russo come lingua per la comunicazione quotidiana. Il fenomeno ebbe luogo nonostante non vi fosse affluenza russa nelle città.

Negli anni ‘80, alcuni esponenti dell’intelligencija bielorussa si rivolsero a Gorbačëv per esprimere la loro preoccupazione sullo stato della lingua bielorussa, nell’ambito della riscoperta della cultura locale e del crescente valore politico che il bielorusso andava assumendo. La lingua, che a ogni modo si tentava di riscoprire, non era quella parlata nelle campagne poiché il bielorusso standard, canonizzato dagli esperti, si discostava, e si discosta ancor oggi, dalla lingua del popolo, trattandosi di fatto di una lingua artificiale.

Un ruolo fondamentale nella promozione della lingua bielorussa lo ricoprì il Fronte Nazionale Bielorusso – FNB il quale supportava una politica linguistica a favore del bielorusso e contro la lingua russa. Anche in questo caso l’utilizzo del bielorusso si carica di valenze politiche.

Dopo il crollo dell’URSS, nel 1992, il bielorusso venne proclamato come unica lingua di Stato; di conseguenza vennero aperte numerose scuole in bielorusso e la lingua iniziò a divulgarsi. Lo scopo era creare uno stato monolingue basato sul bielorusso.

Negli anni ‘90 l’apertura delle scuole in lingua bielorussa venne recepita in maniera negativa dalla popolazione russofona, che si sentiva obbligata a servirsi di una lingua che non conosceva. La politica di bielorussificazione forzata venne considerata non meno violenta di quella di russificazione di epoca prima zarista e poi sovietica.

Nella Costituzione del 1994 il bielorusso è stato confermato lingua di Stato, ma al russo è stato attribuito uno status speciale in qualità di lingua di comunicazione interetnica. Questo provvedimento voleva giustificare la diffusione che il russo aveva nel Paese.

La reintroduzione della lingua russa come lingua ufficiale avvenne nel 1995 grazie al referendum del presidente Lukašenko. Tale decisione venne supportata dall’83,3% dei votanti.

La Bielorussia è l’unica tra le ex repubbliche sovietiche che, dopo il crollo dell’Unione, andò verso una maggiore russificazione, si ebbe cioè il ritorno ad un modello sovietico, più familiare per i Bielorussi. Ufficialmente la strategia governativa si basa sul “non intervento”, cioè sul permettere che la situazione linguistica del Paese si sviluppi in modo autonomo. Di fatto non accade esattamente questo. La lingua bielorussa rimane relegata a una posizione di second’ordine ed è, di fatto, la lingua di opposizione al regime di Lukašenko che è sempre stato apertamente filo russo.

Il 25 maggio del 2001 la TBM, organizzazione per la promozione culturale del Paese, ha adottato una “Dichiarazione della lingua bielorussa”, nella quale si afferma che il bielorusso non è un dialetto di altre lingue, ma una lingua a sé stante, che esiste in forma scritta e orale, che possiede una tradizione letteraria, una propria grammatica e dei dialetti, e che il suo vocabolario è in grado di soddisfare ogni esigenza comunicativa come qualsiasi altra lingua.

Fonti:

Leave a Reply